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01/11/2009 - Ultimi post

ciao, Natuzza

Era l'inizio del 2000. Faceva freddo, e pioveva come mai avevo visto piovere, in Calabria. Da quasi due mesi mi ero trasferita nella punta dello stivale per lavoro, e stavo girando ciascuno dei suoi 409 comuni. Ero nel vibonese, con una mia conoscente. Avevamo partecipato ad una manifestazione, stavamo rientrando a Reggio. Claudia si era ammutolita, mi aveva chiesto se sentivo anche io quel forte odore di rose. Ma in macchina c'era solo l'odore del fumo delle troppe sigarette che accompagnavano il nostro tour de force.
Chiese di fare una deviazione a Paravati. Non avevo mai sentito prima il nome di quella frazione di Mileto. Non disse più nulla. Era assorta nei suoi pensieri, dai quali usciva gli attimi necessari per dire dove svoltare. Arrivammo in una stradina stretta e deserta poco dopo le undici del mattino. Claudia mi indicò un portone e mi disse di aspettarla. Si infilò dentro la pioggia e sparì all'interno di un edificio sobrio.
Il lavoro era tanto, gli appuntamenti si accavallavano. Feci qualche telefonata, avvisai del ritardo al successivo appuntamento: non sapevo esattamente dove ci trovavamo, ma ipotizzavo che ci volesse almeno un'ora per arrivare a Villa San Giovanni, dove ci aspettava un altro incontro. Avevamo sforato sulla tabella di marcia.
Non mi accorsi subito che Claudia era ricomparsa sulla porta. Stava facendomi segno con la mano di raggiungerla. A malincuore mi infilai anche io sotto quella pioggia fitta, e la raggiunsi. "Ci riceve subito" mi disse. Non aggiunse altro.
Non avevo domande. Varcata la porta era svanita l'ansia dei ritardi, degli appuntamenti, del lavoro. Sentivo una strana pace interiore, la ascoltai urlare dentro di me.
Ci fecero salire una scaletta di legno, e dopo pochi minuti ci accompagnarono in una stanzetta mansardata priva di mobili, ad eccezione di due sedie e un mancorrente per tutta la sua lunghezza. Dentro ci aspettava una donna piccolina, vestita di scuro, che abbracciò Claudia e le iniziò a parlare. In dialetto stretto.
Ero in Calabria da troppo poco tempo per riuscire a percepire la maggior parte di quelle parole musicali. Non mi sforzai di capire. Non sapevo chi fosse quella donna, mi lasciai cullare dal fascino che emanava. Non so quanto tempo passò. Ma quando passò la donna si avvicinò a me, mi prese la mano tra le sue e mi parlò. In piemontese. Mi disse alcune cose. Cose semplici su di me, sul mio modo di vivere e di affrontare i minuti della vita. Mi guardava negli occhi, ma mi frugava dentro. "Non cambiare mai, rimani quello che sei" mi ammonì accomiatandosi da noi.
Non capivo. Ma non sentivo il bisogno di capire. Mi sentivo serena, in pace con me e con il mondo. Ritornammo in silenzio al pianterreno, Claudia salutò un uomo che poi conobbi come padre Michele, ed aprì il portone.
Fuori diluviava ancora più di prima. Quasi era impossibile vedere l'edificio di fronte, dove era parcheggiata la macchina e ci aspettava il ragazzo che ci stava accompagnando in giro per la Calabria. Ma vedevo Ferdinanda. La mia Ferdi. La mia cuginetta-sorella morta dieci anni prima in un incidente stradale. Era là, accanto alla portiera. Non aveva vent'anni e la fisionomia dell'ultimo incontro prima di quell'orribile 12 ottobre. Aveva le fattezze che avrebbe avuto in quel tempo e in quel momento sospeso. "Mi siedo dietro" mi limitai a dire a Claudia. E affrontai la pioggia per raggiungere la portiera opposta a quella dove la mia Dandina stava aspettando. Salì con me. Mi guardò per tutta la durata del viaggio.
In macchina c'era uno strano silenzio. Guardavo l'espressione ferma di Ferdinanda e non capivo. Continuavo a non avere domande. Sentii Claudia dire a qualcuno al telefono "Natuzza ci ha ricevute subito". Natuzza. Non avevo mai sentito prima quel nome.
Gli incontri della giornata seguirono il proprio corso. Con la presenza continua di Ferdinanda, che mi accompagnò in ogni luogo. Fino a casa. Aveva uno sguardo serio, ma colmo di amore. Non volevo che sparisse, temevo che sarebbe successo se le avessi rivolto la parola.
Sua mamma, mia zia e madrina, avrebbe dovuto affrontare, pochi giorni dopo, un intervento chirurgico delicato. In famiglia eravamo in apprensione da qualche giorno, e la presenza di Ferdinanda accanto a me doveva avere un significato preciso. Quella sera chiesi notizie di Natuzza. "Apre le porte" mi risposero. "Vive a contatto con i morti". In qualche modo aveva aperto una porta anche per me, in un momento importante.
Ferdinanda mi fu accanto ogni attimo, per i giorni a venire. Anche quella mattina in cui sua madre entrò in sala operatoria. Sempre con quello sguardo serio. Carico di amore. Verso le undici del mattino la cercai con lo sguardo (ormai avevo imparato a capirne gli spostamenti intorno a me) e la vidi inondata di luce. Sorrideva. Un sorriso luminoso, eterno. Svanì subito dopo.
Quando, meno di mezz'ora dopo, mia madre mi telefonò per darmi notizie di sua sorella, la anticipai. "Tutto bene, l'operazione è andata nel migliore dei modi, zia si è già ripresa".
Ho rivisto Natuzza tante altre volte, sempre troppo poche, dopo quell'incontro. Non le ho mai parlato di quell'esperienza, ma lo sapeva. Sapeva vivere con semplicità e amore il suo appartenere a due mondi così diversi. Sapeva sopportare le sofferenze terrene perché conosceva l'altra dimensione.
Oggi ha lasciato per sempre questa nostra vita terrena. Non poteva scegliere un giorno diverso per entrare di diritto in questa sua nuova vita. Oggi è un giorno triste per noi che l'abbiamo persa, ma è un giorno felice per lei: è il suo Natale, il suo primo giorno libera dalle umane sofferenze. Addio, Natuzza. O meglio. Arrivederci.



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