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13/05/2009 - Ultimi post

Torino e ius sanguinis

Essere piemontese, crescendo negli anni Settanta, per me significava anche guardare con un occhio particolare, cornee affondate nella storia della dominazione sabauda, a chi piemontese non era. Nella mia famiglia non si è mai parlato in dialetto, ma ovunque mi muovessi (a partire dai nonni materni) le tante inflessioni francesizzate del piemontese mi entravano dentro, creando e solidificando una piccola radice di appartenenza.
Ho scoperto quasi subito i "tarun", girando per quelle campagne così mirabilmente descritte dai nostri grandi scrittori: Pavese e Fenoglio. Il sudore versato per alla terra, i ritmi della vita di fatica e di sacrificio dettati dalle fasi lunari che scadenzavano semina, potatura, raccolta, non potevano che imporre intolleranza nei confronti del "diverso". "Loro" erano arrivati in massa a lavorare alla Fiat, avevano accenti incomprensibili, portavano al Nord parenti e amici, vivevano chiusi in clan ai margini della società, in attesa dei mesi estivi che avrebbero permesso il ritorno in carovana al Sud. Parlavano forte, parlavano troppo, mescolando il proprio idioma con un nuovo italiano, che si stava contaminando sempre più. E crescevano vertiginosamente.
Noi non li conoscevamo, e dunque avevamo paura di loro. Avevamo paura di perdere quell'equilibrio conquistato a fatica, quell'identità che sembrava l'unica cosa importante. Ma loro erano tanti, tantissimi. Poco per volta hanno iniziato a farsi conoscere, e chi ha avuto la fortuna di respirare il loro sole, onnipresente in qualunque racconto, ha iniziato ad incuriosirsi, ad accettarli, ad amarli. A voler sentire dentro quel sole. Così è nata l'integrazione. Per un po' di anni la diffidenza è stata all'ordine del giorno: per me, adolescente bulimica di conoscenza, era difficile distinguere siciliani da calabresi, campani, pugliesi, sardi, lucani. Parlavano il nostro dialetto meglio di noi, mentre tra di loro continuavano a cantilenare quelle note musicali ma incomprensibili. Con il passare degli anni ogni nota ha acquisito anche alle mie orecchie il suo accento, permettendomi di imparare a comprendere meglio la bellezza e la profondità di un concerto polifonico. L'armonia fatta suono.

Ai tempi dell'università le cose sono cambiate. I primi distinguo, le prime curiosità. Pieno boom economico (erano i mitici Anni Ottanta), voglia di comprendere, primi aneliti di libertà. Curiosità sempre più forte per le mille e mille identità dei "meridionali". Ho conosciuto allora i primi calabresi. E le loro differenze, prima dialettali, poi culturali.
A Roma (ormai eravamo agli inizi degli Anni Novanta) ho approfondito ulteriormente la mia conoscenza del Sud. Ho conosciuto persone splendide, grandi professionisti incardinati nei posti più prestigiosi della macchina burocratica nazionale. L'insofferenza adolescenziale, respirata a pieni polmoni nel mio Piemonte, in cui ogni insegnante, ogni statale meridionale veniva catalogato (senza possibilità di appello) come un raccomandato arrivato al Nord a rubare il lavoro, era un lontanissimo ricordo, che perdeva i contorni e si scioglieva come la nebbia al sole.
Ma la maggioranza di chi era rimasto nella mia terra, nel mio Nord, non aveva visto il sole. Viveva ancora circondato dalla nebbia. Così è nata la Lega, che ha saputo catalizzare la paura per il diverso, l'intolleranza imposta dall'ignoranza, ed ha fatto il pieno di voti.
Mentre nel mio Nord la nebbia si infittiva, a Roma tutto era goliardico. La vita si dipanava tra giornate fitte di lavoro e serate multietniche: nella capitale potevi conoscere quasi ogni nota del grande concerto dell'umanità. Ma al Nord la nebbia non dava tregua, al Sud il sole accecava. E al centro si assisteva senza reagire alle spartizioni della Prima Repubblica, sfociata in Tangentopoli.

Il Sud mi ha presa e imprigionata nelle sue bellezze all'inizio del nuovo millennio. Dal 2000 nel Sud del Sud Italia ho capito che non esistono nordisti e sudisti, che non esistono bianchi e neri, valori di destra e di sinistra. Esistono due grandi poli: da una parte il sole, la sensibilità, la libertà, il rispetto e la voglia di seguire tutte le loro sfaccettature ed il loro calore, dall'altra il buio e la nebbia, il silenzio, la paura, il potere fine a se stesso, l'apparenza e le bugie. Sono poli senza confini geografici: gli unici confini sono mentali.
Gli stessi che oggi parlano di apartheid a Milano, che rispediscono al mittente (strapagato, con i nostri soldi, ma questa è un'altra storia) i "tarun" di allora, extracomunitari di oggi. Gli stessi che hanno perso di vista i valori veri e continuano ad alimentare le paure dei più deboli creando nemici contro cui combattere una guerra senza senso e senza tempo.

Eppure. Eppure a Palermo, città che negli Anni Ottanta mi veniva raccontata come la culla della mafia, due clandestini hanno dimostrato i limiti della nostra società. Ci volevano due "diversi" per dimostrarci quanto siamo uguali nella nostra indifferenza e nella nostra cecità. Ci volevano due "diversi", volti neri più neri della pece, per riflettere la luce dell'unico vero sole: quello che scalda, che scuote le coscienze, che ci mette davanti agli occhi tutta la nostra indegnità, tutto il nostro essere lupi predatori. Homo homini lupus. E il lupo che ha provocato a martellate la morte celebrale di Antonio Raccuglia era bianco. Bianchissimo.

Mi sento sospesa, guardando il sole caldissimo di questi giorni dalla mia finestra calabrese, mentre mi appresto a tornare nella mia Torino, per la prima volta a parlare dello "ius sanguinis" che mi ha dato un'ennesima identità, quella di scrittrice. Il mio percorso di quasi 42 anni di vita che va a raccontarsi nella città natale. La mia calabresità, il mio essere "tarun" per scelta, e non per ius sanguinis, presentati alla Fiera Internazionale del Libro di Torino.
Un'altra tappa di un tragitto del quale so un'unica cosa: farò tutto il possibile perché sia sempre riscaldato dal sole. Quello che risplende su tutto il mondo, indistintamente, senza razzismi di etnia, di sesso, di religione, di lingua, di condizione sociale, di cultura, di ideali. Quello che urla sempre più forte che è giunta l'ora di riscoprire i veri valori, di riprendere a lottare per il rispetto e la dignità umana. Che è l'unica, grande, immensa verità per cui davvero valga la pena continuare a vivere.



Commenti

Rocco M. 13-05-2009 17:00

LEGGENDO IL TUPO LIBRO AVEVO CAPITO MOLTO DI TE MA DOPO QUESTO POST POSSO DIRE SOLO UNA COSA : SEI GRANDE NON SMETTERE MAI DI CREDERCI


Mariella 13-05-2009 17:32

E' un racconto bellissimo della tua discesa verso il Sud, il viaggio nel tuo personale Trenu de lu Sole, prima attraverso i contatti torinesi, poi pian piano, per tappe, Roma, e il profondo Sud...
Mentre i dialetti a torino si piemontesizzavano, tu andavi sempre più meticciando la tua identità, coniugando sole e nebbia e traendone una luminescenza importante e preziosa, per tutti i Sud, per tutti i Nord del mondo...per una cittadinanza vera nel cosesso umano senza etnie o barriere, e con un'unica appartenenza razziale...l'appartenenza alla razza umana...

Grazie per questa lettura bellissima che mi hai donato in un giorno all'insegna della rabbia e dello sconcerto


MG 13-05-2009 17:38

Paolè quando ti ho aggiunta ai miei contatti pensavo fossi calabrese...e forse non mi sbagliavo! Siamo tutti calabresi-piemontesi-lombardi-campani-marocchini-senegalesi-ucraini...o almeno vorrei che fosse così. Perchè solo così potremmo assistere a quella che tu stupendamente definisci " L'armonia fatta suono" :-)
Baci CALABRISELLA MIA! ♥


Peppe 13-05-2009 19:30

Avevo ammirato le tue confessioni presenti su questop sito quando parlavi dei pregiudizi che avevi verso la Calafrica . Oggi leggendo queste tue nuove confessioni mi rendo sempre più conto che hai ragione tu : la sensibilità è la base di tutto è la linea di demarcazioen tra chi vuole capire e chi continua a insistere confondere e farsi confondere . E tu di sensibilità ne hai da vendere !


Renata R. 13-05-2009 19:32

sono piemontese come te ma proprio non capiusco come puoi scrivere che abbiamo sempre condannato i terroni
evidentemente si faceva nella tua famiglia non nella mia
e dire che sono capitata qui perche' qualcuno mi ha detto che dovevo proprio leggere il tuo libro
se queste sono le premesse penso che evitero' di spendere i soldi
ma comunque verro' ad ascoltarti al Salone vediamo se mi convinci


melusina 13-05-2009 20:53

deve esserte un'emozione per te, cara meticcia italiana, tornare a Torino ! Se ci riesco faccio un salto da Milano, ma non ti prometto nulla. E non badare a RenataR: lei non capisce come tu possa raccontare così bene quello che io, te e molti altri del nord abbiamo vissuto sulla nostra pelle, ma noi sì che capiamo. Forse proprio per questo non votiamo Lega o Pdl!


sac 18-05-2009 17:37

Ho aspettato due giorni per venire a vedere il tuo sito . Anzi, uno. E Intanto mi perdonerai se ti dò del tu, ma devo leggere e rileggere la tua biografia sulla copertina per dirmi che sì, hai più di 40 anni . Sembri molto più giovane .
C'ero , vnerdì alla Fiera. Sono arrivato proprio mentre pronunciavi quella parola che ha gelato e incuriosito i presenti . Tarun . Mi sono detto : questa è matta . Poi mi hai convinto ho comprato il tuo libro . Sei sparita , avrei voluto un tuo autografo ma sei sparita . Sabato l'ho aperto . Ho iniziato a leggerlo . e l'ho finito .
Accidenti ! Finito ! Avrei voluto leggere ancora e ancora e ancora , così sfogliandolo ho trovato il sito e oggi l'ho navigato un pò .
Ho ritrovato questo pensiero , che arriva proprio da dove sei partita al Salone . E voglio dirti che devi continuare con quelle storie , che voglio sapere se Rocco diventerà un magistrato ... che so magari un secondo Di pietro o un secondo De magistris ...
Ti devo fare un solo appunto : il tuo meraviglioso romanzo finisce troppo in fretta .


Laura M. 30-05-2009 13:19

ho urlato di gioia quando ho chiuso l'ultima pagina del tuo libro
finalmente qualcuno riusciva a mettere nero su bianco la mia terra di cui troppo spesso devo vergognarmi abitando a torino città non proprio integrata come vorrei
oggi leggo la stampa e vedo di questo calabrese al confino nel cuneese che pentito di 'ndrangheta ha prestato a strozzo i soldi riconosciutigli dallo stato
e mi chiedo: ma lo ius sanguinis va oltre i confini regionali ed è un qualcosa che ci si porta dentro PER SEMPRE?

ti prego rispondimi anche in email privata
ho bisogno di capire


Alessio 15-08-2009 01:04

Il tuo libro mi ha trovato in una libreria di Catanzaro Lido durante lo scorso sabato pomeriggio mentre ero in cerca di un secondo libro di G. C. Caselli (avevo appena terminato "Le due guerre"). Così ho cominciato subito a leggerlo e l'ho terminato due giorni dopo. Mi è piaciuto ma soprattutto mi è servito. Ora cerco di guardare con meno acredine ciò che succede in questa terra. Cerco di capire più a fondo ciò che dice la gente e non giudico subito male come troppo spesso mi capitava. Il tuo libro ha fortemente accelerato in me il processo di maturazione delle mie idee sulla Calabria che avrebbe necessitato di tantissimo tempo in più dal momento che io, torinese, trascorro in Calabria non più di tre settimane all'anno accompagnando mia moglie (Calabrese e felicissima torinese di adozione) a trovare i suoi genitori. Grazie. Continua così


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