IS WRITER  | La prima impressione che ho avuto quando, a gennaio del 2000, sono arrivata in Calabria per lavoro, è stata di disagio. Femmina e piemontese, abituata a ben altri ambienti lavorativi, conoscevo la Calabria solo per il suo sole, le sue spiagge, il suo mare. La Calabria che avevo in mente prima di mettere radici nella punta dello stivale era null'altro che una meta per le vacanze. La mia iniziale incapacità di adattamento ha rischiato di creare assuefazione verso un luogo comune che diventa banale per la sua superficialità. Ma l'ho capito solo dopo.
Calabria terra di vacanze e Calabria terra di 'ndrangheta: due concetti che i media nazionali e le origini "sabaude" avevano fissato in qualche parte del mio profondo. Ho avuto la fortuna di riuscire a scavare sotto la superficie. Ed ho trovato un mondo inatteso e meraviglioso, fatto di persone, valori e sentimenti veri. Era facile innamorarmi.
Nel tempo, assieme alla presa di coscienza dell'enorme ricchezza della "mia" Calabria, è cresciuto e si è sviluppato un embrione di qualcosa ben difficile da definire. Un misto di rabbia per quello che succedeva costantemente nella mia "terra di adozione", di impotenza per i troppi dolori che continuavo a sentire miei, di debito nei confronti di chi tanto mi aveva dato e continuava a darmi. Quell'embrione ha preso le fattezze di una domanda sempre più insistente, che si è fissata su due parole latine: "ius sanguinis". Diritto di sangue o potere del sangue? Più mi addentravo nella parte profonda e vera della Calabria, più quella domanda esigeva risposte. Fino ad arrivare alla sintesi di molti ragionamenti, di molti discorsi fatti con i calabresi veri (e sono tanti, tantissimi, ma le loro urla sono soffocate dall'indifferenza): era come se il fatto stesso di "appartenere" alla Calabria portasse con sé il dovere di accettare. Un diritto di sangue, ottenuto per nascita, che diventava potere del sangue, dovere al quale era impossibile sfuggire.
Così è nato IUS SANGUINIS. Così ho iniziato a raccontare.
Non so se almeno una piccolissima parte delle immense emozioni che ho provato narrando alcune storie della Calabria vera arriverà a destinazione. Non so se ho semplicemente aggiunto un altro titolo alle migliaia di titoli in pubblicazione ogni giorno, o se il mio lavoro sarà in grado, come spero, di far nascere nuove domande, di scalfire quel silenzio che sembra essere il male principale di questa terra "bellissima e maledetta", come la definisce chi la ama davvero. Ma ci ho provato.
Coltivo la speranza che da IUS SANGUINIS nasca un dibattito vero, che le meraviglie nascoste all'interno della Calabria riescano ad essere viste anche al di fuori dei suoi confini. Anche da chi, come me nove anni fa, bollava questa terra ed i suoi abitanti senza diritto di replica e senza possibilità di appello.
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Questo scrivevo a febbraio 2009, quando IS stava per muovere i suoi primi passi.
Oggi, più di un anno dopo e con una seconda edizione fresca di stampa [(maggio 2010) a confermare che le mie speranze hanno incontrato il favore dei lettori (ampiamente dimostratomi in ogni occasione pubblica e privata, nelle infinite e-mail che continuano ad arrivare con i vostri commenti e i vostri ringraziamenti)], so che quella speranza si è trasformata in realtà. Oggi continuo a ripetermi quella frase ormai ossessiva, per me, di Corrado Alvaro: “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile”.
Non ha ancora vinto, in Calabria, quella disperazione.
Ma continua a farsi largo, inesorabilmente.
E porta con sé un'altra verità del grande Alvaro: “Non avrei mai pensato che ci sarebbe toccato vivere al tramonto di un mondo. Proprio ti chiedo scusa. Certo, è ridicolo che io ti chieda scusa del tempo, del secolo, dell'epoca, del mondo come va. Ma ognuno è responsabile del suo tempo”.
Sono responsabile io, come è responsabile ciascuno di noi, anche chi si chiama fuori, di questo nostro tempo. Del mondo come va. IUS SANGUINIS è uno dei modi che ho cercato - oggi posso dire che ho trovato - per chiedere scusa, per continuare a chiedere scusa a chi ha vissuto al tramonto di questo mondo, come Gianluca e Federica.
Sta a ciascuno di noi fare in modo che non abbiano vissuto invano.
Ma, ancor più, che non siano morti invano.
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|  | Paola Bottero è nata a Torino il 26 novembre 1967.
La sua esperienza professionale inizia nel 1990, prima da giornalista, poi con incarichi di portavoce e capo ufficio stampa di Ministri ed Istituzioni, nazionali e locali. L’iniziale trasferimento a Roma diventa una scelta definitiva, che la porta a esplorare ed approfondire le tante sfaccettature del complicato universo della comunicazione.
Giornalista ed esperta di comunicazione e di sviluppo strategico, a gennaio 2000 approda in Calabria, dove lavora, fino a dicembre 2007, all’interno di vari enti della Pubblica Amministrazione. Nel 2008 si ferma il tempo necessario per scrivere ius sanguinis.
Piemontese di origine e di formazione, romana per scelta, è calabrese di adozione.
Il suo sguardo “del Nord”, libero da condizionamenti e visibilmente innamorato di una regione che definisce, come molti suoi abitanti, “bellissima e maledetta”, anima ogni pagina della sua opera prima.
Attualmente vive tra Roma e Praja, penultima roccaforte calabrese sul Tirreno cosentino, e continua a occuparsi di comunicazione. A 360° e a tempo pieno.
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